In attesa di sapere se nel corso del 2025 ci sarà un nuovo semestre di silenzio-assenso, esploriamo la convenienza di conferire il proprio TFR ad una forma di previdenza integrativa attraverso un pezzo a firma di Andrea Carbone per Corriere della Sera .it .
Si tratta di un articolo suddiviso in ben 10 cards, che spazia dalla stima della convenienza economica di spostare il TFR in un fondo pensione, al netto di costi e fiscalità, fino ai vantaggi per i datori di lavoro di aiutare i propri dipendenti a trasferire il proprio TFR.
Nel mezzo, ci sono riflessioni sui rendimenti al netto dei costi: se il TFR in azienda ha mediamente reso negli ultimi 11 anni circa il 2,3% , l’andamento dei Fondi Negoziali di Categoria, di quelli Aperti e dei PIP (Piani Individuali Pensionistici) è dipeso dalla linea di investimento. Le linee garantite o a basso rischio non hanno retto il confronto con il TFR, mentre salendo di profilo di rischio, con linee bilanciate e azionarie, si è potuto doppiare il rendimento del TFR in azienda, arrivando al +5,1% medio annuo delle linee azionarie dei fondi aperti.
Naturalmente si tratta solamente di “una delle possibili storie” di chi avesse investito tra il 31 dicembre 2013 e il 30 settembre 2023, ma comunque dà un’idea di quello che è accaduto e delle differenze tra le varie linee di investimento.
Per questo e altri approfondimenti, dopo il video introduttivo, ecco il link al pezzo. Buona lettura!
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